Maxine in fuga scuote le coscienze

Maxine è una mucca che è fuggita dallo sfruttamento ed è riuscita a salvarsi la vita.

In questo video, la storia della sua evasione e degli effetti profondi che è riuscita a suscitare in una persona intervistata poco dopo il suo arrivo all’Animal Care and Control Center di Manhattan.

 

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Cosa possono insegnare le mucche in fuga da un allevamento di Verolanuova

Il 16 febbraio 2026 30 mucche fuggono da un allevamento nel bresciano.

Un articolo di Matilde Anderloni per Quibrescia racconta l’episodio intervistando l’attivista e saggista Marco Reggio sul significato delle azioni di ribellione degli animali non umani. Una fila di mucche in fuga sulla strada

 

Cosa possono insegnare le mucche in fuga da un allevamento di Verolanuova

Queste azioni di libertà lanciano un messaggio da non sottovalutare, spiega Marco Reggio, attivista e ricercatore indipendente. Dalle evasioni possono nascere dei cambiamenti importanti, che spesso partono dalla presa di consapevolezza di chi vi assiste.

 

Verolanuova. Il 16 febbraio 2026, una trentina di mucche sono fuggite da un allevamento nei pressi del Bettolino. Non si sa in che modo, la mandria ha potuto trovare una via d’uscita da un luogo dal quale non era previsto che se ne andasse sulle proprie gambe. Dopo aver vagato per diverse ore, durante le quali uno dei tori ha perso la vita travolto da un treno, gli animali sono stati riportati all’allevamento, con ogni probabilità uno di quelli che vengono definiti “intensivi”. In Italia, infatti, il 97% delle bovine da latte si trovano in allevamenti intensivi, mentre per i bovini da carne la percentuale è del 70%.
La loro fuga può sembrare una breve – e magari bizzarra – variazione dal normale corso degli eventi, ma forse bisogna chiedersi che cosa abbia spinto questi animali a scappare.
Sono molti i casi in cui i bovini evasi dagli allevamenti sono stati poi portati nei cosiddetti santuari, luoghi protetti dove hanno potuto vivere il resto della loro vita in libertà. Questo è stato possibile perché alcune persone si sono attivate per far sì che non fossero riportati indietro, talvolta anche scontrandosi con le autorità che ne avevano ordinato l’abbattimento.
«La fuga, un messaggio lanciato agli esseri umani»
Marco Reggio, attivista per la liberazione animale e ricercatore indipendente, spiega che «la fuga di un animale può attivare dei cambiamenti e sensibilizzare le persone. Magari non avviene coscientemente, ma non vuol dire che non accada. Per esempio, in molte occasioni sono state le fughe di animali dagli zoo o dai circhi in cui erano rinchiusi a innestare dei processi importanti e dei cambiamenti: gli animali fuggiti hanno portato molte persone a indignarsi per il modo in cui venivano trattati in questi luoghi. E l’indignazione ha prodotto dei cambiamenti nelle regolamentazioni, ma anche e soprattutto nel modo in cui vediamo questi luoghi».
Perciò lo studioso ci sfida a vedere gli animali protagonisti di questi gesti estremi come i veri attori del cambiamento che si è poi innescato. «D’altronde», aggiunge Reggio, «è chiaro che una mucca non potrà mai spiegarcelo a parole che in quel posto non ci vuole stare, che vuole essere libera. Non scriverà mai un manifesto, ma sarà il suo linguaggio del corpo, il suo agire, a comunicarci cosa sta facendo e perché: l’animale non ha strumenti oltre al proprio corpo per protestare e manifestare il proprio disagio». Sta a noi tentare di interpretare le loro azioni ed essere solidali con la loro fuga. Per esempio provando a vedere la vicenda delle mucche di Verolanuova come una fuga verso la libertà.


Una vita organizzata in cicli finalizzati alla produzione
Purtroppo per loro, dopo la cattura, la vita di questi animali è tornata a essere quella per cui erano stati fatti nascere. Non è stato reso noto se quelle fuggite a Verolanuova fossero mucche da latte o da macello: nel primo caso, è probabile che la loro vita abbia continuato a seguire il ciclo di inseminazioni forzate, gravidanze, separazioni dai vitelli appena nati e mungiture. Ciclo che dura di solito circa cinque anni, fino a quando i loro corpi non reggono più questo ritmo e vengono portate al macello per diventare carne di seconda scelta.
Nel caso in cui fossero mucche da carne, la loro vita è stata più breve: molto probabilmente hanno trascorso la maggior parte del loro tempo – se non tutto – in uno spazio chiuso, a volte legate, per poi essere portate verso la morte.

Sono oltre 460mila i bovini negli allevamenti bresciani
Questo destino, solo nella provincia di Brescia, riguarda le oltre 460mila mucche presenti negli allevamenti. Si tratta del numero più alto in Lombardia, che a sua volta è la regione con il maggior numero di allevamenti in Italia (oltre 10mila nel 2025, per un totale di oltre 1 milione e 500mila animali). Il Bresciano conta oltre il 30% delle vacche da latte e il 47% dei vitellini sotto i sei mesi allevati nella regione.
La nostra provincia detiene anche il record per numero complessivo di animali di specie diverse che si trovano negli allevamenti: circa 12 milioni di esemplari a fronte di una popolazione umana di 1 milione e 200mila abitanti.
«È importante ricordare», conclude Marco Reggio, «che anche se solo alcuni animali hanno la fortuna – o il coraggio, la determinazione – di salvarsi, nel posto da cui sono fuggiti come in tutti i luoghi in cui si consuma lo sfruttamento animale ce ne sono altri che cercano allo stesso modo la libertà e che, se potessero, scapperebbero alla prima occasione». 

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La resistenza animale al Chimera Veg Fest

Si parlerà di resistenza animale al Chimera Veg Fest 2026.

Sabato 11 aprile alle ore 14 Giorgia Pagliuca terrà un incontro dal titolo “Resistenza animale: letture e pratiche sulla ribellione animale”

Qui il programma dettagliato del festival

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Gli animali si ribellano?

Osservare la resistenza degli animali

Alcuni anni fa, da attivistə animalistə, ci siamo postə proprio questa domanda. Ci siamo arrivatə, a questa domanda, in modo forse un po’ strano. Noi ci consideravamo animalistə, antispecistə, perché difendevamo gli esseri senzienti di altre specie dalla violenza. Dicendo che gli animali sono “senzienti” riconoscevamo che possono sentire dolore e piacere, e quindi vale anche per loro un ragionamento semplice: se fai male a qualcuno che può sentire dolore, non dovresti farlo, se non per una ragione molto valida. Per esempio, se puoi evitare di mangiare la carne, rinchiudere una mucca o un pollo e poi ucciderlo per mangiarlo è una violenza così come lo sarebbe uccidere una persona per il proprio tornaconto. Poi il femminismo ci ha fornito un altro concetto importante, che è il consenso. E’ giusto mettere un maiale in un allevamento intensivo senza il suo consenso? O una tigre in un circo? Se non c’è consenso, è un’ingiustizia, e dunque cerchiamo di fare qualcosa per farla cessare, come per tante altre ingiustizie che riguardano gli umani, che riguardano le categorie discriminate o marginalizzate.

Solo che qui c’era qualcosa di diverso. Chi si batteva per le ingiustizie non erano i diretti interessati, cioè le mucche, i maiali, i polli o gli elefanti nei circhi. Erano alcunə di quellə che fanno parte della specie che li sfrutta. Noi, in effetti, siamo umani, non rischiamo di essere portatə al macello o che ci vengano strappati i figliə per prenderci il latte. Invece, in tutte le altre lotte o rivendicazioni è il contrario: i lavoratori hanno sempre lottato per i loro diritti, lə schiavə hanno lottato per abolire la schiavitù, le donne scendono in piazza contro la violenza maschile, e così via. Esistono ovviamente sempre degli alleati, come per esempio i bianchi antischiavisti o gli uomini solidali con le donne. Ma non sono i protagonisti.

Nel campo animalista, invece, lo slogan più in voga è “siamo la voce dei senza voce”. Dunque, ci chiedevamo: ma davvero gli animali non hanno una voce, soltanto perché non parlano in italiano o in inglese? Per esempio, se non avessero nessun tipo di voce, non potremmo neanche sapere se sono contenti di andare al macello o meno. Eppure, chiunque affronti con un minimo di onestà la questione, dovrebbe ammettere che è impossibile che un animale (senziente, appunto) desideri davvero vivere in un allevamento intensivo e poi essere ucciso dopo poche settimane o mesi.

Quindi abbiamo provato a osservare, semplicemente, che cosa facevano gli animali negli allevamenti, negli zoo, nei circhi. Perché ogni tanto avevamo letto delle notizie di una mucca fuggita dal camion che la portava al mattatoio e che aveva bloccato il traffico sulla superstrada, o di una tigre che si era ribellata al domatore. Ma rimanevano aneddoti, casi strani sullo sfondo. Però è bastato osservare. Le fughe sono quotidiane, e anche se non se ne parla tanto, nei giornali locali e in alcuni siti web vengono riportate. Gli animali, in realtà, provano sempre a resistere. Di solito senza successo, ma ci provano.

Ci siamo anche chiesti se alcuni atti di ribellione più eclatante, come la tigre che sbrana il domatore, non siano la punta dell’iceberg, gli eventi che fanno notizia. E abbiamo scoperto che più spesso gli animali non possono neppure ribellarsi, perché sono in una situazione di estrema vulnerabilità e magari non hanno proprio nessuna libertà di movimento. Ma anche in questi casi, qualcosa lo esprimono, esprimono un dissenso, la volontà di stare altrove. Basta iniziare a pensare che un qualche tipo di “voce” ce l’hanno.

Abbiamo scoperto che c’era anche chi iniziava a studiare la questione, che una serie di strumenti teorici esistevano. E abbiamo iniziato a documentare, raccogliendo e pubblicando le notizie. Ora abbiamo un archivio di queste ribellioni sul blog resistenzanimale.noblogs.org. Messe insieme, era evidente che non erano casi isolati. Con una certa sorpresa, abbiamo scoperto che eravamo noi animalistə a stupirci: gli allevatori, gli operatori degli zoo e dei circhi, chi aveva a che fare con gli animali rinchiusi lo sapeva bene che gli animali cercano di liberarsi. Uno studioso della resistenza animale, Jason Hribal, dice che la storia della zootecnia è una storia di invenzioni di tecniche per rispondere alla ribellione degli animali, innalzare recinti più alti, separare le bestie meno docili dalle altre, usare gli psicofarmaci, fino alla manipolazione genetica che oggi crea individui docili, remissivi oppure fisicamente disabilizzati (per esempio così pesanti da far fatica a camminare).

Allora ci siamo fatti altre domande. Per esempio: perché questa resistenza quotidiana sembra invisibile?

In parte, è perché non ha successo, di solito. Non ha conseguenze, o non sembra averle. E ci siamo chiesti anche: è davvero così? Certo, gli animali fuggiti dall’allevamento non sono riusciti ad abolire gli allevamenti, ma spesso hanno suscitato empatia, solidarietà negli umani, che si sono attivati e hanno contestato certe strutture o certe leggi ingiuste. Questo significa agire producendo degli effetti concreti. Vedremo qui alcuni casi in cui l’atto di un animale o di un gruppo di animali ha prodotto effetti concreti. Un caso è già stato visto, ed è quello della campagna Stop Casteller, che è nata anche, o forse soprattutto, grazie alla testarda ribellione di M49.

Occorre poi dire che anche i motivi dei fallimenti possono essere studiati. Che cosa accade a una mucca in fuga dal mattatoio? Si trova in un ambiente ostile, senza fonti d’acqua, attraversato spesso da strade e automobili, con una densità di popolazione umana tale che il controllo è capillare; le autorità vedono soltanto un pericolo per la sicurezza stradale, o per l’agricoltura, e anche chi vede un soggetto in fuga per la libertà difficilmente ha i mezzi pratici per aiutarla a salvarsi.

Raccontare le ribellioni degli animali

L’altro motivo per cui questa resistenza non si vede è che non viene raccontata e, quando viene raccontata, viene raccontata in un certo modo. Qui vorrei prendere degli esempi (ma c’è davvero l’imbarazzo della scelta): articoli di giornale, siti web, ecc., in cui si possono vedere delle scelte lessicali, spesso fatte inconsapevolmente, delle retoriche, delle omissioni, talvolta delle argomentazioni che servono sempre a non far prendere sul serio l’atto di resistenza.

Un caso molto interessante è quello, recente, di un toro fuggito da un’azienda agricola in provincia di Venezia. Il toro era scappato e non era stato possibile individuarlo per l’intera giornata. Quando è stato trovato era già stata emessa un’ordinanza per “abbatterlo”, quindi è stato ucciso. Se leggiamo l’articolo di “Venezia Today”, troviamo molti elementi degni di nota.

Innanzi tutto, vediamo che la decisione di uccidere il toro è descritta come una specie di fatalità: il sindaco “ha dovuto firmare un’ordinanza”; “su consiglio specialistico è stato abbattuto”. I motivi che vengono addotti fanno riferimento alla sua “ingestibilità” e “agitazione” e a generici motivi di “pubblica incolumità”. L’uccisione viene sempre chiamata “abbattimento”. Questo termine, che ricorre nelle ordinanze e negli articoli, occulta il fatto che questi animali spesso vengano uccisi, rendendoli poco più che oggetti: quando parliamo di abbattimento, pensiamo a un albero, o in generale a un ostacolo fisico da rimuovere. Ed è anche il termine che viene usato in relazione al mattatoio. Il punto di vista non è mai quello del toro, è sempre quello di qualcun altro. Un altro articolo sottolinea che l’abbattimento ha posto “fine a una giornata di apprensione per la comunità locale e per le istituzioni coinvolte nelle operazioni”. Questo articolo spiega anche meglio come si sia arrivati alla decisione finale, citando diversi elementi fra cui l’aver ottenuto il consenso dei proprietari. Mi sembra che queste siano tutte strategie che servono a distanziare chi legge dal vissuto del protagonista, omettendo qualsiasi considerazione sulla situazione di provenienza (cioè il fatto che il toro fosse recluso) e sulle motivazioni del gesto.

Questo fatalismo, comunque, è molto frequente. Lo ritroviamo per esempio nel caso di un vitellone in fuga nell’anconetano nel 2023. A proposito dell’abbattimento, per cui viene sempre richiamata la sicurezza stradale, l’articolo dice “un epilogo che si è reso necessario”. Un’altra storia, quella di una mucca fuggita nel padovano, viene descritta come un lieto fine perché la mucca era finita, durante la fuga, in un canale di scolo e non riusciva a uscire.  “Tutto si è svolto in sicurezza”, “senza che nessuno si facesse male”, “la fuga è terminata senza danni”. Ovviamente, la mucca è tornata prigioniera e finirà macellata. Analogamente, un cavallo in fuga che era poi caduto in una piscina sarebbe stato “salvato”.articolo di giornale su Taigo

Un altro insieme di strumenti retorici sono quelli legati alla folklorizzazione. Possiamo prendere un altro caso recente, legato a un ambito certamente non industriale ma comunque significativo. La “Gazzetta di Mantova” titola: “Un coniglio azzanna la cuoca ed evita la pentola”. Già dal titolo, si tratta di un aneddoto divertente, una curiosità. Qui, a differenza di molti resoconti sulle ribellioni, viene esplicitato il punto di vista animale, perché si spiega molto chiaramente che il coniglio aveva capito che stava per essere ucciso. Però il punto di vista della persona umana ferita emerge a più riprese e viene presentato come più importante: la disavventura viene descritta in termini piuttosto enfatici dal punto di vista medico (è dovuta andare al pronto soccorso, le hanno messo dieci punti di sutura, ha dovuto addirittura fare l’antirabbica e prendere gli antibiotici). La parola “vittima” viene usata in riferimento… alla carnefice. A tanti dettagli sulla “cuoca” corrisponde una totale assenza di informazioni sul coniglio, un’ignoranza dichiarata: “non sappiamo che fine abbia fatto il coniglio” (a dispetto del titolo).

Il caso di una capra fuggita a Portogruaro nel periodo pasquale condensa diversi elementi citati sopra. Il titolo, “Capra a spasso per le vie del paese”, fa della vicenda una specie di siparietto, insieme ad alcuni particolari strani (oltre a bloccare le vie, la capra avrebbe aperto il cancello di una banca) e usando giochi di parole come “l’acchiappacapre”. Il punto di vista della capra è incredibilmente incompreso quando il giornalista dice che “una capra, forse volendo sfuggire al suo destino, si era rifugiata sotto l’arcata della farmacia”. E sparisce completamente quando descrive la vicenda come una storia “a lieto fine” (probabilmente, la capra è stata macellata il giorno dopo). Foto: una capra di spalle cammina su un marciapiede. A destra un'aiuola verde, a sinistra la carreggiata con due uomini di spalle che camminano.

Questa tendenza a non prendere sul serio le evidenti motivazioni degli animali si esprime spesso con uno stratagemma retorico quasi invisibile, come quel “forse” dell’articolista poco sopra: l’uso delle virgolette. Quando a fuggire è un animale, spesso l’evasione diventa “evasione”, la lotta per la libertà diventa “lotta” o lotta per la “libertà”, l’animale ribelle è il “ribelle”, e così via. Anche se l’evento, preso in sé, è chiaramente analogo sia che il protagonista sia un umano sia che si tratti di un non umano, le virgolette ci ricordano che non è davvero la stessa cosa. Anche gli eufemismi obbediscono alla stessa logica. In un articolo su un maiale fuggito tre mesi fa in Svizzera la sua resistenza alla cattura viene definita “un po’ di reticenza”. Anche qui si fa riferimento al registro del grottesco: “Curioso, ma vero”, così si apre il testo. Non solo. La cecità di chi ha descritto il fatto è quasi imbarazzante, nel momento in cui l’articolo si chiude con la frase “il suino non ha subito conseguenze”. Questa chiusa ci ricorda che non è in discussione il suo destino (il mattatoio), ma soltanto eventuali fastidi derivanti da un incidente di percorso.

Il taglio folkloristico spesso è evidente, come quando troviamo i video delle evasioni accompagnate da musichette simpatiche, da circo. Qui, per esempio, la fuga di una mucca viene descritta con l’espressione “una mucca a spasso”.

La logica giornalistica di mettere sempre in secondo piano il punto di vista animale diventa quasi paradossale. Un articolo del 2023 che racconta di una ribellione al mattatoio titola: “Orrore al mattatoio”. Certamente, la vicenda è seria perché il maiale che si era ribellato durante la macellazione aveva ucciso l’operaio, però la frase appare quantomeno ingenua se la prendiamo dal punto di vista di quei corpi che al mattatoio finiscono la loro esistenza.

Infine, è possibile discutere altre modalità con cui la nostra società derubrica le evasioni o le ribellioni ad atti eccezionali, legati alla personalità unica di singoli esemplari. In alcuni casi, ai fuggitivi è stata concessa la libertà, l’adozione da parte di un rifugio, per motivi di vario tipo (anche economici, dato che spesso in questi casi gli animali non possono più essere macellati per motivi di sicurezza sanitaria). Uno dei motivi però è proprio l’idea che si siano “meritati” (solo loro!) la libertà agendo in modo determinato e caparbio. La studiosa Sarat Colling, nel suo libro Animali in rivolta, racconta di un vitello fuggito nello stato di New York che viene catturato nelle vie urbane. In quel caso, sorprendentemente, sono gli stessi agenti di polizia a dichiarare che in questi casi questi individui si meritano la libertà. Si tratta del meccanismo della “grazia”, un istituto giuridico che esiste, per gli umani, in quasi tutti gli stati, anche quelli con la pena di morte. Quando si concede la grazia a un condannato a morte, per esempio, è un atto di generosità, un’eccezione che conferma la regola della pena di morte per tutti gli altri casi simili. E qui non è molto diverso, in fondo.

Gli effetti della resistenza animale

Esistono però ambienti in cui la ribellione animale riesce a ottenere qualche successo e a dare il via a processi di messa in discussione dell’assetto vigente. Negli zoo, in particolare, le forme di resistenza sono in grado di creare problemi legali, economici e di rapporto con l’opinione pubblica. Non a caso, qui sono le stesse strutture, più che la stampa, a minimizzare. In questi casi, come nei circhi, la ribellione è più appetibile per il giornalismo perché ha un carattere più violento, più sensazionalistico, e forse anche perché fa già parte, in un certo senso, di qualcosa che in parte ci si aspetta. Si tratta infatti di un contesto in cui il divertimento si fonda sull’incontro con l’animale esotico, selvaggio, magari anche pericoloso. Per esempio, in questo articolo la spiegazione di un attacco di una tigre è che “sono animali selvaggi”.

Tatiana

Il fatto è che esistono numerosi casi di animali che si sono ribellati negli zoo e nei circhi e, pur venendo ricatturati o uccisi, hanno prodotto effetti consistenti. Un esempio molto famoso negli Stati Uniti è quello di Tyke, elefantessa che si è ribellata parecchie volte, fino ad essere uccisa dalla polizia. Il suo caso è diventato un simbolo per parte dell’opinione pubblica e ha dato vita a controversie legali molto importanti con il circo di Honolulu e a proposte di leggi per i diritti degli animali, oltre a ispirare numerosi articoli, libri, documentari. Anche il caso di Tatiana, una tigre siberiana dello zoo di San Francisco è analogo. Tatiana aveva aggredito un custode in un’occasione, in un’altra aveva ucciso un visitatore che l’aveva provocata ed era stata freddata dalla polizia. Anche se non intenzionalmente, le sue ribellioni sono riuscite a suscitare un forte dibattito sulla reclusione degli animali selvatici negli zoo.

Scultura per Tatiana

La scultura in onore di Tatiana

Esiste anche un modo più sottile in cui le fughe degli animali modificano la realtà, e cioè la possibilità che intervengano sul nostro modo di pensare alla questione dell’uso dei corpi animali. In alcuni casi, questi episodi sono in grado di smuovere le singole coscienze anche laddove non esiste già una riflessione sul tema, cioè in persone che non si definirebbero “animaliste” o sostenitrici dei diritti animali. Un caso emblematico è quello di Maxine, mucca scampata alla macellazione. L’impatto che ha avuto questa storia, divenuta virale per alcuni giorni, è sintetizzato nell’intervista a una signora che riflette sulla fuga di Maxine, riportata in questo video.

Talvolta, uno sviluppo ulteriore, è che gruppi di cittadinə e associazioni si mobilitano concretamente per dare solidarietà a questi animali, per esempio chiedendo alle autorità di non adottare provvedimenti di abbattimento, chiedendo ai proprietari di cedere l’animale a un rifugio, protestando in vari modi. In questo senso, possiamo parlare di “agency”, cioè di capacità di agire autonomamente in un modo che produce degli effetti concreti, quindi una forma di azione politica, che modifica, anche solo in parte, le regole della società.

Il punto essenziale, come abbiamo visto, è quello di prendere sul serio le forme di ribellione. Spesso queste forme non sono neanche così evidenti, sono soltanto manifestazioni di disagio grave, che vengono facilmente patologizzate. Se un animale non ha nessun mezzo per fuggire o per ribellarsi, può per esempio arrivare ad atti di autolesionismo, o a comportamento stereotipati come sbattere la testa contro il muro o dondolarsi su se stesso in modo ossessivo. Insomma, resta soltanto il proprio corpo come risorsa per una protesta estrema. Ma, a differenza delle proteste umane, questa non viene neppure considerata come tale. Pensiamo a situazioni analoghe in ambito umano. Nelle carceri o nei centri di permanenza per migranti illegali talvolta l’unico mezzo che resta per esprimere l’ingiustizia subita è violare il proprio corpo, come quando degli individui si cuciono le labbra. Non si tratta di un atto che può produrre effetti concreti immediati: non permette di fuggire, né di avanzare una rivendicazione precisa, ma almeno viene preso come un atto di dissenso. Nel caso degli animali, è più facile che venga letto come “malattia” o “follia”. Anche per questo, ciò che credo sia utile è innanzitutto provare a prendere sul serio queste espressioni, chiedendoci onestamente da dove vengano e che cosa possano comunicare.

 

Marco Reggio

 

 

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Leonessa in fuga

Come accade in alcuni casi, la fuga di un recluso ha la capacità di porre domande scomode e mettere in discussione alcune forme di sfruttamento animale. Una leonessa è fuggita da una proprietà privata in Thailandia e ha ferito due persone.

leonessa in fuga in Thailandia

L’evasa era prigioniera di un influencer che, oltre a tenerla rinchiusa, la utilizzava nella realizzazione di video social. Purtroppo, la leonessa è stata poi catturata, ma il suo tentativo di guadagnare la libertà ha sollevato diverse polemiche sulla detenzione e sull’esposizione di questi animali nei social. L’associazione World Animal Protection Thailand ha sottolineato come spesso i social finiscano per normalizzare la detenzione di animali selvatici e il loro sfruttamento, di fatto incentivando il traffico di animali esotici, e ha richiesto leggi più rigorose per contrastare il fenomeno.

 

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Tike. Elefanti in rivolta

Copertina di "Tyke. Elefanti in rivolta". Su sfondo rosso, Tyke in primo pianoE’ da poco uscito Tike. Elefanti in rivolta, testi di Francesco Cortonesi, illustrazioni e grafiche di Simone Arniani, per le edizioni Cronache Ribelli.

Un libro illustrato che intreccia la storia di Tyke, elefantessa ribelle del circo, con una ricostruzione ampia e documentata delle forme di sfruttamento e resistenza degli elefanti nel mondo contemporaneo.

Tyke – Elefanti in rivolta ricostruisce la vicenda dell’elefantessa Tyke, che il 20 agosto 1994, durante una performance alle Hawaii, si ribellò alle violenze subite e fuggì dal circo scatenando un evento destinato a diventare simbolo globale. Attorno al suo percorso, il libro però crea anche un affresco più vasto: decenni di sfruttamento degli elefanti nei circhi, nell’industria del turismo, nel bracconaggio, nelle guerre e nei conflitti ambientali, fino agli atti di resistenza di molti altri esemplari in tutto il mondo. Illustrato e sostenuto da fonti, dati e testimonianze, il volume compone un “puzzle narrativo” in cui ogni tassello – una storia, un fatto, un episodio di cronaca o etologia – contribuisce a mostrare l’immagine complessiva di un animale senziente che lotta per la propria libertà e, insieme, riflette le nostre contraddizioni come esseri umani.

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Due galline evase arrivano a Ippoasi

dalla pagina IG di Ippoasi

Ad Ippoasi sono arrivate due nuove rifugiate, e sono diventate abitanti del pollaio.
Le loro storie di resistenza e autodeterminazione sono moniti urgenti e devono prendere il giusto spazio nella narrazione che facciamo della quotidianità ad Ippoasi.
I piccoli corpi rotti ma pieni di vita delle galline, dei galli e di tutti quegli animai apparentemente insignificanti lottano con ogni loro energia e con tutto il loro coraggio per la libertà e per inseguire i loro desideri e bisogni.

Cassy e Clarissa cercano adozione a distanza: per diventare tu loro sostenitrice, scrivici su adozioni@ippoasi.org o visita il nostro sito web

Two new refugees have arrived at Ippoasi, and they’ve now become residents of our chicken coop.
Their stories of resistance and self‑determination are urgent reminders, and they deserve space in the way we tell the everyday life of Ippoasi.
The small, fragile yet vibrant bodies of hens, roosters, and all those animals who are often seen as insignificant, fight with every bit of their energy and courage for freedom, and to pursue their own desires and needs.
Cassy and Clarissa are looking for adopters!
To become their supporter, write to us at adozioni@ippoasi.org or visit our website (you’ll find the link in our bio or in IG stories).

 

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Cinghiale uccide il cacciatore che gli aveva sparato

A Cassino (FR), un cacciatore ha sparato a un cinghiale. Si è poi avvicinato credendolo morto, ma il cinghiale si è alzato e lo ha caricato, uccidendolo.

Qui un articolo di fanpage.it

 

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Per motivi di pubblica incolumità

L'allevamento da cui è fuggito il toroCosì conclude l’articolo che descrive le fasi dell’”abbattimento” (uccisione a sangue freddo) di un toro fuggito da un’azienda agricola in provincia di Venezia: “in accordo con i proprietari, i tre agenti hanno proceduto all’abbattimento dell’animale con un solo colpo, autorizzati ad agire per motivi di pubblica incolumità”.

Il toro era riuscito a fuggire dalla sua prigione ed è riuscito a non farsi prendere per un po’, finché è stato trovato e ucciso.

Articolo completo su VeneziaToday

Un altro articolo sottolinea che l’uccisione ha posto “fine a una giornata di apprensione per la comunità locale e per le istituzioni coinvolte nelle operazioni”…

Qualcunx ha ricordato che l’azione degli agenti ha posto fine anche a una vita, protestando contro il sindaco che aveva emesso l’ordinanza (qui un articolo)

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“Non ha subito conseguenze”… (un maiale in fuga ripreso)

il maiale catturato dagli agenti sull'autostradaUn maiale fuggito dal rimorchio sull’autostrada in Canton Ticino (Svizzera italiana).

Scatta l’allarme e l’evaso viene ricatturato, “dopo un po’ di reticenza”. Così dice l’articolo del sito di RSI: “un po’ di reticenza”. Possiamo immaginare, invece, la disperazione, la resistenza strenua di chi non vuole finire ucciso.

Lo stesso articolo conclude rassicurandoci che l’animale “non ha subito conseguenze”. A parte quella di finire al macello.

O forse, nella testa del redattore, è la sua carne – cioè il modo in cui già vede un essere vivente, una specie di bistecca ambulante – che non ha subito conseguenze e potrà tranquillamente essere fatta a pezzi e messa sul mercato.

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